4) Montaigne. Ragione e sensazione.
Secondo Montaigne la ragione dipende dai dati della sensibilit,
per cui non pu arrivare ad alcuna certezza.
M. E. de Montaigne, Saggi, secondo, capitolo dodicesimo (pagina
47).

Per giudicare delle apparenze che riceviamo dagli oggetti, abbiamo
bisogno di uno strumento adatto di giudizio; per verificare questo
strumento abbiamo bisogno della dimostrazione, per verificare la
dimostrazione uno strumento adatto: cos eccoci in un circolo
vizioso. Dal momento che i sensi non sono in grado di porre fine
alla nostra disputa, nessuna ragione avr salda consistenza senza
un'altra ragione: ecco perch noi retrocediamo fino all'infinito.
Il nostro spirito non si applica a cose che le siano estranee,
anche se  conosciuto per l'intermediario dei sensi ed i sensi non
comprendono un oggetto estraneo a loro, ma solo le loro proprie
affezioni, e cos immaginazione ed apparenza non appartengono
all'oggetto, ma solamente alla passivit ed affezione dei sensi;
la parola affezione  cosa diversa dall'oggetto. E come si pu
dire che le affezioni dei sensi portino all'anima le qualit degli
oggetti estranei per rassomiglianza, dal momento che non hanno
nessun commercio con gli oggetti estranei che possa assicurarci di
tale rassomiglianza? Come colui che non conosce Socrate, vedendo
un ritratto di lui non pu dire se esso gli assomiglia. Ora vi 
qualcuno che vorrebbe egualmente giudicare per mezzo delle
apparenze: se ci vuol dire per mezzo di tutte, allora 
impossibile, poich esse si impacciano l'una con l'altra con delle
contraddizioni e discrepanze, come l'esperienza ci testimonia; se
ci vuol dire che alcune apparenze scelte regolano le altre,
bisogner allora verificare questa scelta per mezzo di un'altra
scelta, la seconda con una terza e in questo modo, non avremo mai
finito. Da ultimo, non vi  nessuna esistenza immutabile, n del
nostro essere, n dell'essere degli oggetti. E cos il nostro
giudizio e tutte le cose mortali andiamo mutando e scorrendo senza
posa. Cos non si pu stabilire nulla di certo dall'uno all'altro,
e il giudicante e il giudicato sono in continuo mutamento e
distruzione.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
settimo, pagine 175-176.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Introduzione.
5) Montaigne. Essere e divenire.
Viene ripreso da Montaigne il tema eracliteo del divenire (pnta
re) per fondare su di esso il fallimento di qualsiasi pretesa di
conoscenza dell'essere.
M. E. de Montaigne, Saggi, secondo, capitolo dodicesimo (pagina
47).

Eraclito crede che mai uomo si sia immerso due volte nella stessa
acqua; Epicarmo pensa che colui che prese in prestito del denaro
non lo deve restituire, e che colui che  stato invitato ieri sera
a desinare per stamattina, oggi non  pi invitato, perch non son
pi gli stessi uomini: son diventati altri; non si pu trovare
sostanza mortale due volte nel medesimo stato, poich, a causa di
mutamento improvviso e impercettibile, essa si dissipa o si
riunisce; essa va e viene. Di modo che quello che comincia ad
essere, non arriva mai alla perfezione dell'essere, dal momento
che questo essere non si compie mai e non s'arresta mai, come se
fosse a punto, ma dal seme si va sempre mutando e muovendo. Come
dal seme umano si produce dapprima nel ventre della madre un
prodotto informe, poi la forma del bambino, in seguito, uscito dal
ventre, un lattante; dopo, esso diventa un fanciullo, poi un
giovane, poi un uomo fatto, poi un uomo d'et, alla fine un
vecchio decrepito. Di modo che l'et e ci che si genera
successivamente disfa e guasta continuamente ci che vi era prima:
Il tempo muta la natura di tutte le cose, ogni stato viene da un
altro stato: tutto passa, la natura muta e cambia tutte le cose
(Lucrezio, quinto, 826). E noi scioccamente temiamo una specie di
morte dopo che ne abbiamo gi avute e ne passiamo tante altre.
Poich non solamente, come diceva Eraclito, la morte del fuoco 
la nascita dell'aria e la morte dell'aria la nascita dell'acqua,
ma ancora pi evidentemente possiamo vedere ci in noi stessi. Il
fiore dell'et muore e passa quando sopravviene la vecchiaia, la
giovinezza termina nel fiore dell'et matura e la giornata di ieri
muore in quella di oggi e quella di oggi morir in quella di
domani; non vi  niente che si fermi e che rimanga sempre allo
stesso punto. Poich, posto che cos fosse e che noi restassimo
sempre gli stessi ed uguali perch prendiamo piacere ora ad una
cosa ed ora ad un'altra? Perch amiamo ed odiamo cose contrarie,
perch le lodiamo e le biasimiamo? Perch abbiamo affezioni
diverse non affiancando lo stesso sentimento allo stesso pensiero?
Poich, come non  verosimile che noi assumiamo altre passioni
senza mutamento, non rimanendo lo stesso ci che sopporta
mutamento, non rimanendo lo stesso ci che sopporta mutamento, 
evidente che ci che non  lo stesso, non pu restare immobile.
Ma, quando l'essere individuale cambia, cambia semplicemente anche
l'essere diventando altro di un altro. E, di conseguenza,
s'ingannano e mentiscono i sensi della natura, prendendo ci che
appare per ci che , senza neanche sapere bene che cosa . Ma che
cosa veramente ? Ci che  esterno, ci che non ha mai avuto
nascita e non avr mai fine, ci al quale il tempo non apporta
variazioni.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
settimo, pagine 177-178.
